Crescere un adolescente significa anche imparare a lasciare andare, poco alla volta, l’idea di chi pensavamo sarebbe diventato, per fare spazio alla persona che sta realmente emergendo.
Quando i nostri figli sono piccoli,
essere genitori significa inevitabilmente guidare molto.
Decidiamo gli orari, le abitudini, ciò che si può e non si può fare. Insegniamo a salutare, a mettere in ordine, a rispettare le regole, a fare i compiti, a comportarsi in un certo modo. Scegliamo quello che ci sembra essere meglio per loro.
E mentre li educhiamo, spesso senza nemmeno rendercene conto, cominciamo anche a costruire nella nostra mente un’immagine di ciò che vorremmo diventassero.
Vorremmo un figlio responsabile. Educato. Sicuro di sé. Capace di fare le scelte giuste.
Immaginiamo che praticherà uno sport, che avrà tanti amici, che sarà curioso, determinato, autonomo. Che avrà interessi simili ai nostri oppure che realizzerà alcune delle possibilità che noi intravediamo in lui. Speriamo che abbia buoni risultati a scuola.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questi desideri. Nascono spesso dall’amore e dal desiderio di prepararli alla vita.
Il problema arriva quando il desiderio diventa aspettativa e l’aspettativa diventa il metro con cui guardiamo nostro figlio.
A quel punto rischiamo, senza accorgercene, di non vedere più soltanto chi abbiamo davanti. Cominciamo a vedere soprattutto la distanza tra com’è e come pensiamo dovrebbe essere.
Poi arriva l’adolescenza,
e qualcosa cambia.
L’adolescenza porta con sé una domanda potentissima, anche quando il ragazzo non la formula mai esplicitamente:
«Chi sono io, al di là di ciò che voi avete immaginato per me?»
È il momento in cui l’identità comincia a reclamare spazio.
Emergono gusti che non avevamo previsto, caratteristiche che magari facciamo fatica ad apprezzare, interessi che non comprendiamo.
Può emergere un ragazzo meno studioso di quanto speravamo, più disordinato, più introverso, meno competitivo o meno sportivo. Oppure impulsivo, estremamente sensibile, testardo, creativo, lento, anticonformista, molto socievole o bisognoso di molta solitudine.
Ed è proprio qui che per un genitore comincia un lavoro diverso.
Non più soltanto chiedersi:
«Come faccio a educarlo bene?»
ma anche:
«Sono disposto a scoprire chi è davvero?»
Pensiamo, per esempio, al genitore che continua a ripetere: «È intelligente, se solo si impegnasse di più…». Forse dietro quella frase c’è una difficoltà reale da affrontare. Ma può esserci anche l’immagine di uno studente che quel genitore aveva immaginato e che suo figlio, almeno in questo momento, non è.
Oppure al ragazzo introverso al quale continuiamo a chiedere perché non esca di più, non abbia più amici, non partecipi maggiormente. Siamo certi che stia male o siamo noi a pensare che per stare bene dovrebbe essere più socievole?
O ancora al figlio che abbandona uno sport che amavamo vederlo praticare per dedicarsi a qualcosa che a noi sembra meno importante.
Sono situazioni quotidiane, ma possono nascondere una domanda molto più profonda:
Sto aiutando mio figlio a crescere o sto cercando di avvicinarlo alla persona che avevo immaginato?
Educare senza cercare di plasmare
C’è una grande differenza tra accompagnare un figlio a diventare adulto e cercare, anche con le migliori intenzioni, di accompagnarlo verso l’adulto che avevamo immaginato noi.
Naturalmente accogliere chi è non significa rinunciare al proprio ruolo educativo.
Un adolescente continua ad avere bisogno di limiti, responsabilità, regole, conseguenze, valori e adulti capaci di dire dei no.
Accogliere un figlio non significa lasciargli fare tutto ciò che vuole.
Significa qualcosa di diverso: separare ciò che fa da ciò che è.
Possiamo correggere un comportamento senza trasformare quel comportamento in un giudizio sulla persona.
Possiamo chiedergli di assumersi una responsabilità senza pretendere che abbia il nostro stesso carattere.
Possiamo insegnargli ciò che riteniamo importante senza pensare che il nostro modo di stare al mondo sia necessariamente quello giusto anche per lui.
Possiamo dire: «Questo comportamento non va bene» senza comunicargli: «Tu non vai bene».
Ed è una differenza enorme.
Guardarlo con curiosità
C’è poi una parola che considero centrale nel rapporto con un figlio, soprattutto quando entra nell’adolescenza:
curiosità.
Forse dovremmo essere curiosi dei nostri figli fin da quando sono piccoli.
Non soltanto educarli, proteggerli e insegnare loro ciò che sappiamo, ma anche osservarli con il desiderio autentico di scoprire chi siano.
Chi sei?
Cosa ti appassiona?
Cosa ti viene naturale?
Cosa ti spaventa?
Dove sei forte?
Dove sei vulnerabile?
Cosa ti fa sentire vivo?
Di che cosa hai bisogno per fiorire?
È uno sguardo completamente diverso.
Non misura continuamente la distanza tra il ragazzo che ho davanti e quello che vorrei che fosse.
Cerca di conoscere il ragazzo che c’è.
E questo non significa idealizzarlo.
Significa riuscire a vedere insieme talenti e fragilità, risorse e limiti, capacità e vulnerabilità, senza apprezzare soltanto quelle parti di lui che corrispondono alle nostre aspettative.
Perché talvolta proprio una caratteristica che oggi ci preoccupa può contenere una risorsa che ancora non sappiamo riconoscere.
La sensibilità che ci sembra eccessiva. La testardaggine che ci esaspera. Il bisogno di stare da solo che non comprendiamo. Un interesse che consideriamo inutile. Un modo di pensare molto diverso dal nostro.
A volte qualcosa deve semplicemente essere conosciuto, compreso e accompagnato.
Lo sguardo deve essere sull’aiutarlo a scoprire Cosa è venuto a realizzare in quetsa vita con la sua particolare unicità.
Il rischio di essere troppo concentrati sull’educare
C’è infatti un rischio sottile nell’essere troppo concentrati sul nostro compito educativo:
passare anni a cercare di formare nostro figlio e accorgerci troppo poco di chi avevamo davanti.
Un adolescente sente questa differenza.
Sente quando lo guardiamo pensando:
«Come faccio a cambiarti?»
E sente quando, pur continuando a educarlo e a porre dei limiti, il nostro sguardo gli comunica:
«Voglio conoscerti. Voglio capire chi stai diventando.»
Nel primo sguardo rischia di sentirsi costantemente confrontato con un modello al quale dovrebbe assomigliare.
Nel secondo può sentire che esiste uno spazio nel quale diventare se stesso. Ed ecco soddisfatta anche il suo desiderio di autonomia.
Ed è forse proprio questo uno dei compiti più complessi della genitorialità: offrire radici senza decidere la forma dei rami.
Da autori ad accompagnatori
Forse uno dei passaggi più difficili della genitorialità è proprio questo: smettere poco alla volta di essere gli autori della storia dei nostri figli e accettare di diventarne accompagnatori.
Possiamo offrire valori, confini, strumenti ed esperienza.
Possiamo fare domande, intervenire quando è necessario, proteggerli finché ne hanno bisogno e aiutarli ad assumersi progressivamente la responsabilità delle proprie scelte.
Ma la persona che nascerà da tutto questo non appartiene al nostro progetto.
Appartiene a loro.
E allora crescere un adolescente significa anche imparare a fare spazio alla sorpresa.
Lasciare andare un po’ alla volta il figlio che avevamo nella testa, per avere finalmente la possibilità di conoscere — e aiutare a conoscere se stesso — il figlio che abbiamo davanti.
E tu, quanto sei ancora curiosa di scoprire chi è tuo figlio?
A volte, quando il rapporto con un adolescente diventa difficile, non servono altre regole o altre spiegazioni. Serve cambiare lo sguardo e trovare un modo nuovo di stare nella relazione.
Il Parent Coaching può aiutarti ad accompagnare tuo figlio senza sostituirti a lui: mantenendo il tuo ruolo di genitore e, nello stesso tempo, lasciandogli lo spazio necessario per scoprire chi è, sviluppare le proprie risorse e diventare progressivamente autonomo.
Se senti che con tuo figlio è arrivato il momento di trovare un modo diverso di comunicare, comprenderlo e accompagnarlo, possiamo parlarne insieme.
